Oggi molte scuderie si trovano ad affrontare il problema del warming up e più in generale della gestione degli pneumatici nelle fasi di “riprogettazione” delle vetture che nel frattempo si confrontano con asfalti molto freddi e mescole dure. Ma tanto tempo fa funzionava diversamente. Oggi la Ferrari concentra gran parte degli sforzi nel miglioramento del warming up e anche le altre squadre, con le condizioni meteo favorevoli si riescono ad esprimere meglio e valutano le performance al netto del riscaldamento degli pneumatici.

Tempo fa, però, le cose funzionavano diversamente, nel senso che i test sulle gomme erano preliminari alla definizione delle performance medie di una monoposto. Stiamo parlando degli anni in cui in pista c’era una battaglia accesa tra Bridgestone e Michelin.

Le gomme da usare in pista venivano fatte provare alle scuderie ed erano valutate secondo quattro parametri molto stringenti: il warming up sicuramente, ma anche il livello di aderenza posteriore ed anteriore (il grip level), il balance level, cioè la capacità di mantenere il bilancio della macchina e poi la consistenza della tenuta nei long run.

Soltanto studiando le gomme sotto questo punto di vista, i piloti riuscivano davvero a fare il salto di qualità. Un po’ quello che successe ad Irvine che ogni giorno faceva 500 km con le varie gomme della Bridgestone.