Cosa dire di una leggenda su cui sono stati scritti e pronunciati oceani di parole? Proviamoci lo stesso.

L’11 agosto di 60 anni fa morì Tazio Nuvolari. Innanzitutto, quando si parla di corse automobilistiche, Nuvolari non è una leggenda: è LA leggenda. Egli nacque il 16 novembre 1892 a Castel d’Ario, piccolo comune nella provincia di Mantova. Da qui, e dai suoi successi, il soprannome “il mantovano volante“, coniato da Gabriele D’Annunzio.

Prima di diventare un asso delle quattro ruote, corse e vinse anche sulle moto: il suo successo più importante fu il campionato d’Europa del 1925, su una Bianchi 350.

Passato dal manubrio al volante, trionfò ovunque a ripetizione, nelle gare più difficili e prestigiose, spesso in condizioni proibitive, tagliando il traguardo per primo quando molti altri non sarebbero nemmeno riusciti a terminare la corsa.

Qualche esempio? Nel 1925 uscì di pista a Monza, in auto, riportando parecchie ferite; una settimana dopo disputò e vinse una gara in moto, tutto ricoperto di bende, al punto da non riuscire a salire da solo sulla moto.

L’anno precedente, al Tigullio, arrivò  al traguardo a bordo di un’auto senza seggiolino né volante: sterzava con una chiave inglese. Vinse, ovviamente.

Era un’altra epoca, un’era geologica addirittura. Oggi, fortunatamente, certe cose non sarebbero nemmeno pensabili. Ma in quegli anni il pilota poteva compensare con la propria bravura anche forti differenze tecniche del mezzo. Nürburgring, quello vecchio, lungo, mitico e tremendo, 1935: Nuvolari guidava un’Alfa Romeo di gran lunga inferiore alle possenti Mercedes e Auto Union. In più, problemi ad un rifornimento gli avevano fatto accumulare un distacco di 30 secondi dal primo, ad un giro (22 Km) dalla fine. Riuscì ugualmente a rimontare, superare e vincere. Aveva personalmente portato una nuova bandiera tricolore, da issare durante la premiazione, e i gerarchi nazisti erano lividi di rabbia.

Pensate che le derapate, le sbandate controllate o, come si dice oggi, il drifting, siano un’invenzione moderna? Niente affatto. Tazio Nuvolari ha inventato lo stile di guida dei rally.

E quanti rischi, su quelle bare a rotelle che percorrevano delle autentiche trappole mortali. Altro che le chilometriche vie di fuga delle piste di oggi. Sempre nel 1935, il 15 giugno, tentò di stabilire il record di velocità su un’Alfa Romeo 16C bimotore, sull’autostrada Firenze-Mare. Il vento era fortissimo, ma figuriamoci se Nuvolari poteva tirarsi indietro. Salì in macchina; raggiunta la velocità di 320 Km/h (su quelle ruote, su quella strada, su quel congegno infernale), venne investito da una raffica laterale fortissima, che lo fece sbandare per 200 metri. Uscì di strada? Macché, controllò la macchina e proseguì. Il record? Battuto, ovviamente, a 323 Km/h di media, con una punta di 360.

Tutto in Nuvolari è leggenda. Le famose Alfa Romeo (come la 8C Monza della foto in alto, su cui vinse a Monaco nel 1932) a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 e il binomio con Enzo Ferrari; le Mille Miglia, perfino l’Auto Union, con cui vinse nel 1938 il Gran Premio d’Italia. E le Maserati, le Bugatti, e tanti altri episodi.

Non lo fermò un incidente, ma una malattia. Un ictus nel 1952 e quello fatale nel 1953. Tre anni prima, all’età di 58 anni, l’ultima gara, l’ultimo successo: una corsa in salita a Palermo, a bordo di una Cisitalia-Abarth 204; quinto assoluto e vincitore della classe 1.100.

Due frasi, su tutte, sintetizzano questa figura quasi mitologica: “Come quello là non ne nasceranno più“; e ” Nuvolari è il più grande corridore del passato, del presente e del futuro“. Rispettivamente, Enzo Ferrari e Ferdinand Porsche. Due che se ne intendevano.