La Dakar 2015 è andata in archivio regalando scene di vita incredibili in mezzo a scenari apocalittici (QUI I DETTAGLI). Ma ci sono storie che una competizione del genere sforna di continuo. Basta parlare con coloro che hanno vissuto questa avventura almeno una volta. Figurarsi coloro che sono in doppia cifra, come Peter Maessen, 65enne belga che ha preso parte a 16 Parigi-Dakar, dal 1990 al 2005. Sia in veste di pilota che di navigatore o sul camion di assistenza. Insomma un veterano e polivalente entrato nella storia della Dakar. Ciò nonostante, nè la rete nè il sito ufficiale della corsa regalano molte informazioni su di lui. Un po’ perchè di camion sui media si parla sempre molto meno che di auto e moto, un po’ perchè delle Dakar più lontane i comuni mortali non sanno un granchè. Delle informazioni sulla corsa fino agli anni Novanta ben poche sono state messe on-line. Poco male. Tramite un’amico comune abbiamo scambiato due chiacchiere e Peter, con grande disponibilità e pochi peli sulla lingua, ci ha raccontato un paio di aneddoti, che anche il web fatica a trovare, sulla corsa più dura del mondo.

Non era importante dove fossi ma essere lì”

Un’avventura sognata e iniziata a 40 anni suonati spinto dalla grande passione: “La prima volta che ho sentito parlare della Dakar era alla fine degli anni Settanta leggendo un giornale belga – ha raccontato in esclusiva a Leonardo.it -. Da quel momento ho cominciato a sognare di correrla. Per molto tempo è stato solo un sogno, fino al 1990. In quell’anno ho avuto l’opportunità di prendere parte al Rally dei Faraoni, in Egitto, come autista per il camion assistenza in una nuova squadra. Questo è stato l’inizio di una lunga storia. Nel 1990 ho guidato una Jeep in gara al Rally dei Faraoni e nello stesso anno ho fatto la mia prima Dakar come guidatore di un camion di assistenza. La mia avventura è andata avanti fino al 2005, per lo più con il camion di assistenza e una volta come pilota in una Jeep per la stampa. La gara l’ho fatta 7 o 8 volte: come pilota e navigatore tra i camion e come pilota con una Jeep. E in effetti, non era così importante in quale macchina fossi seduto, quanto essere lì. Durante la mia vita sono stato in tutto il mondo facendo numerosi viaggi, ma la parte più affascinante del mondo per me rimane l’Africa, per la sua gente e la sua natura. E l’Africa è sicuramente l’ideale per il motorsport fuoristrada”.

Le dune, la più grande difficoltà della Dakar

Qualsiasi fosse il mezzo o l’equipaggio, la più grande difficoltà da affrontare restava sempre una, le dune: “Fino alla fine degli anni Novanta l’assistenza dei camion faceva lo stesso percorso dei concorrenti ma passava dopo di loro. Mi ricordo che ero in una squadra olandese ed ero con due ragazzi seduti accanto a me nel camion, due ragazzi tosti che parlavano un sacco. Nella prima tappa di 650 km in Mauritania abbiamo dovuto fare un sacco di dune prima di raggiungere il nostro campo nel bel mezzo del deserto. Quando siamo arrivati alla nostra prima duna, c’erano un sacco di auto e camion ai piedi della duna, che non sapevano come superarla. Probabilmente ci avevano già provato un paio di volte, senza successo. La “strada” era libera quando siamo arrivati ai piedi di quella duna e, senza fermarmi, ho accelerato a piena velocità e l’abbiamo superata al primo tentativo. I miei due compagni erano diventati bianchi come un pezzo di carta e non hanno più parlato per un po’. Giusto per darvi un’idea che effetto può fare la tua prima duna con un camion. Ho superato molte dune durante le mie 16 Dakar ma ho ancora molto rispetto per loro”.

Storia della Dakar: l’assalto dei predoni in Mali 

Oltre ad aver superato le due, Peter è riuscito a superare una serie di disavventure che sono entrate nella storia della Dakar. Non il furto dell’auto come capitato a Vatanen nel 1988 (QUI I DETTAGLI) ma un assalto vero e proprio dei predoni, dieci anni più tardi: “E’ successo nel 1998 nel deserto del Mali. In quella tappa tutto era andato storto per quasi tutti. Era una lunga speciale di 700 km, iniziata con 200 km di dune. Delle 200 auto e camion partite, solo 60 hanno superato le dune, tutte le altre sono tornate indietro. Guidavo il camion di un noto cantante belga, Koen Wauters (che correva nella categoria auto con una Toyota, ndr). Eravamo nel deserto e sono stati i giorni più difficili di tutte le Dakar mai corse. Diversi camion sono stati assaltati dai banditi e hanno dovuto consegnare i soldi e gli stessi mezzi. Ci sono stati alcuni colpi d’arma da fuoco con Wauters che si è visto arrivare un proiettile accanto al suo piede. Siamo riusciti a scappare ma ci siamo persi nel deserto per un paio di giorni e la vicenda era finita su tutti i giornali in Belgio. Non c’erano possibilità di comunicazione e mia moglie non aveva letto nulla. Così, quando è andata in edicola per comprare il suo settimanale, è rimasta per così dire molto sorpresa quando l’edicolante le ha chiesto se mi avessero trovato sano e salvo. Fortunatamente tutto è andato per il meglio”*.

Il segreto della Dakar: essere un ottimo compagno di squadra

Per correre una Dakar servono diverse qualità di pilota e umane ma la cosa più importante è una: “Devi essere un abile compagno di squadra, sicuramente nelle auto e camion. Sulla moto, invece, è un’altra storia. Raggiungere il traguardo è la cosa più importante e quindi tu hai bisogno della tua squadra. Penso di essere stato otto volte in una squadra olandese e ho sempre avuto dei compagni di squadra molto forti. A ogni Dakar ce l’abbiamo fatta”. Ma per Peter il maggior pericolo, fatta eccezione per l’assalto in Mali, non era rappresentato dalle numerose insidie che il percorso può riservare ma dalle velocità raggiunte: “Quando ho iniziato nel 1990 la Dakar, con un Unimog, la velocità massima era di 125 km/h. Quando ho smesso nel 2005, siamo usciti fuori strada a una velocità di 160 km/h. Questo indicava il GPS. Con un camion! Vi posso assicurare che in diverse situazioni sono stato in pericolo di vita ma credo di avere un buon angelo custode”. 

Lo spirito della vecchia Dakar è andato, ora un grande business

Inutile dire che per un veterano amante dell’avventura e del vecchio format, la nuova Dakar sudamericana non lo convince minimamente: “Ho visto la gara nell’ultima tappa. Era più simile a una speciale di WRC. A chi piace va bene ma certo non è il mio genere. Avevo già notato questa “evoluzione” nella vecchia Dakar. Gli organizzatori cercano di far prendere meno rischi possibili e il circo deve essere il più grande possibile. Questa è stata la fine di un’avventura e delle belle serate ai bivacchi. Il sogno di Thierry Sabine era finito già da un po’. Ora è diventato un grande business. Lo spirito della vecchia Dakar è andato, ma era già andato prima che si trasferisse in Sudamerica”.  La storia della Dakar, malgrado tutto, continua.

* La tappa successiva (Taoudenni-Gao, di quasi 1.000 km) venne poi annullata per motivi di sicurezza (QUI I DETTAGLI).