Sergio Marchionne ha gestito gli affari inerenti a Fiat per 14 anni, da quando nel 2004 è diventato amministratore delegato della Casa torinese, la quale stava vivendo uno dei suoi peggiori momenti della storia. Il manager italo-canadese è stato l’uomo del destino per la Fiat, l’uomo giusto al momento giusto, capace di raddrizzare la china di una società che stava colando a picco senza appiglio. Fu il successore di Umberto Agnelli, scomparso poco tempo prima, e fu il momento in cui l’automobile torinese svoltò pagina verso un futuro più roseo, più internazionale, più globale. Per arrivare a quel ruolo Marchionne aveva alle spalle una vita vissuta in parte in Italia, nato a Chieti, e poi in Canada dove aveva seguito la famiglia, dopo che il padre aveva raggiunto la pensione. Laureato prima in Filosofia, poi successivamente in Economia e Giurisprudenza, una scelta curiosa che ha spiegato in questo modo: “Quando ho iniziato l’università, in Canada, ho scelto filosofia. L’ho fatto semplicemente perché sentivo che, in quel momento, era una cosa importante per me. Poi ho continuato studiando tutt’altro e ho fatto prima il commercialista, poi l’avvocato. E ho seguito tante altre strade, passando per la finanza, prima di arrivare a occuparmi di imballaggi, poi di alluminio, di chimica, di biotecnologia, di servizi e oggi di automobili. Non so se la filosofia mi abbia reso un avvocato migliore o mi renda un amministratore delegato migliore. Ma mi ha aperto gli occhi, ha aperto la mia mente ad altro”, come riportato dalla biografia del giornalista Giorgio Dell’Arti, uscita nel 2011.

L’approdo in Fiat

Dopo aver guidato la ginevrina Sgs, colosso dei sistemi di certificazione, approda nell’universo della famiglia Agnelli ed entra nell’orbita di Fiat, la sua grande missione. I primi 60 giorni dell’avventura di Marchionne al Lingotto furono determinanti, la situazione era critica, le condizioni degli stabilimenti erano altamente degradate, come rilasciato nel 2011 all’allora direttore di Repubblica Ezio Mauro: “Giravo tutti gli stabilimenti e poi, quando tornavo a Torino, il sabato e la domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e farli vivere in uno stabilimento così degradato”. La ricetta del successo di Marchionne per riportare in alto la Fiat passava da tre azioni determinanti: la rinuncia degli Agnelli all’esercizio della propria partecipazione nell’impresa General Motors che fece incassare al Lingotto 1,55 miliardi; il convertendo, appunto, siglato con i maggiori istituti di credito italiani; il controverso swap Ifil Exor che consentì alla famiglia Agnelli di mantenere il controllo della Fiat.

L’acquisizione di Chrysler, nasce FCA

Da questo momento in poi seguì un grande successo commerciale europeo e soprattutto uno straordinario boom in Sud America, specialmente in Brasile. Fiat in questo modo riuscì a tornare a possedere una dimensione importante, facendo segnare una grande ripresa in termini di redditività e di risultati di bilancio. Un momento cruciale nella storia della Casa italiana e dell’operato del suo amministratore delegato, fu nel 2008 l’acquisizione dell’americana Chrysler, fallita dopo la crisi che colpì l’economia a Stelle Strisce in quell’anno. La mossa strategica fu determinante e soprattutto lungimirante, perché l’acquisto di Chrysler avrebbe aumentato le dimensioni del Gruppo, utiili per garantire una sopravvivenza di tutta la struttura anche nel lungo periodo. L’idea di Marchionne era che fosse necessario produrre almeno 6 milioni di veicoli all’anno per garantirsi un futuro. Il 20 gennaio 2009 la Fiat annunciò un accordo con l’amministrazione Obama appena insediata, per entrare nel capitale di Chrysler. Inizialmente con il 20% delle quote dopo le resistenze dei sindacati Usa e una complicata trattativa con il governo. Nasce il sesto gruppo automobilistico del mondo, FCA. 

Nel primo trimestre del 2011 Chrysler ritorna all’utile e e a maggio 2011, a seguito del rifinanziamento del debito e del rimborso da parte di dei prestiti concessi dai governi americano e canadese, Fiat incrementa la propria partecipazione in Chrysler al 46%. La cura Marchionne dà i suoi frutti. Il 1 gennaio 2014 è un’altra giornata da segnare con il cerchio rosso per la storia del Marchio torinese, perché Fiat Group completa l’acquisizione di Chrysler acquisendo il rimanente 41,5% dal Fondo Veba (di proprietà del sindacato metalmeccanico Uaw) salendo al 100%, completando un esborso di 3,65 miliardi di dollari: 1,75 versati cash e i rimanenti in un maxi dividendo di cui Fiat girerà a Veba la quota relativa al proprio 58,5%.

Il fronte italiano

Nel frattempo fu tentata anche una scalata per l’acquisizione del Marchio tedesco Opel, che faceva ancora capo a General Motors, ma non fu possibile per reticenze e voglia di rilancio da parte del governo tedesco. Il fronte interno, quello italiano, è stato molto caldo e turbolento. Nel 2010 Marchionne ha segnato la definitiva rottura con il mondo degli industriali e della Confindustria, segnando una frattura che si trascina ancora adesso nella sfera dei tribunali. L’AD di Fiat chiede una serie di concessioni ai sindacati come condizione per investire a Pomigliano nella produzione della nuova Panda. La maggior parte delle sigle sindacali accetta l’accordo, mentre la Fiom è contraria. Situazione che perdura tutt’ora. In due successivi referendum, prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, gli operai dicono sì all’intesa a larga maggioranza.

Ferrari

Una delle pagine sicuramente più belle della storia di Marchionne è quella che lo vede prendere la presidenza di Ferrari, il Cavallino Rampante che da oltre 20 anni era stato guidato da Luca Cordero di Montezemolo. Questo passo sancisce anche la fine del lavoro di Luca Cordero di Montezemolo, estromesso dalle dinamiche di Ferrari. Con Marchionne il Cavallino Rampante sbarca a Wall Strett, il titolo viene quotato in borsa in una quota minoritaria, il 10%, perché l’80% resta ai soci Exor, la holding degli Agnelli di cui è vicepresidente non esecutivo, e il restante 10% a Piero Ferrari, figlio di Enzo. L’operato di Marchionne ha dato una dimensione solida e internazionale all’automobile italiana, un manager illuminato che finanziariamente ha risollevato un Gruppo in crisi. Sergio Marchionne ci lascia così a 66 anni per complicanze post operatorie in una clinica di Zurigo, lasciando un vuoto nel mondo dell’automobile e non solo.