È sempre stata chiamata “l’inferno verde”. È la pista del Nurburgring una pista che fino al 1976 ospitava regolarmente la Formula 1 lungo un percorso di 22,835 metri caratterizzato da una serie di continui saliscendi, salti, dossi, curve cieche e in contropendenza. Un totale di 172 curve, 84 a destra e 88 a sinistra con un dislivello di 300 metri da affrontare. Non è per intenderci quello dove da anni corre la moderna Formula 1 e che è stato costruito vicino alla vecchia struttura utilizzandone solo un piccolissimo tratto di rettilineo.
Un posto mitico per gli appassionati dove solo i grandi hanno vinto e dove per i piloti di scuola germanica una vittoria conta e conta tuttora quasi come un titolo. Oggi viene ancora utilizzato per gare di durata del campionato tedesco e per i test più severi per sviluppare le vetture di serie.

Torniamo al 1 agosto 1976. È in programma il 10 appuntamento del Campionato mondiale di Formula 1, in lotta per il titolo ci sono Lauda e Hunt.
Il tempo è inclemente e già nelle prove ci sono stati diversi incidenti. Lauda è tra i più accesi sostenitori per un boicottaggio della gara per l’evidente situazione di pericolo in cui si trovano i driver, soprattutto in presenza di acqua. Con un circuito così lungo non è possibile garantire la sicurezza in ogni punto. Lo fa con l’esperienza di chi ha il record della pista e di chi conosce bene le insidie nascoste lungo tutti quei chilometri. Dopo una votazione i piloti decidono di partire (qui la recensione del film Rush), l’asfalto è bagnato, ma ha smesso di piovere e al secondo giro l’austriaco si ferma a cambiare le gomme per montare le slick. Riparte e al km 11 sulla curva del Bergwerk la vettura sbanda, picchia contro il rail, nell’impatto perde il casco e viene tamponata prima dalla Surtees dell’americano Brett Lunger (ex marine reduce dal Vietnam dove ha salvato anche un soldato ferito figlio di un ricchissimo imprenditore che, per riconoscenza gli finanza le corse) e poi dalla Ensing del tedesco Harald Ertl. Nel frattempo si sono fermati anche Guy Edwards (Hesket) e Arturo Merzario che guida per l’occasione una Wolf-Williams.
I commissari non intervengono e quindi devono sbrigarsela tra “colleghi”: Ertl prende l’estintore e rallenta le fiamme, Merzario riesce infine a slacciare le cinture e Edwards lo estrae dall’abitacolo.

Lauda deve quindi ringraziare il coraggio e la tempestività dell’azione degli altri piloti ed anche il fatto di essersi trovato nelle retrovie. Si scoprirà solo anni dopo che la causa dell’incedente è da attribuire ad un cedimento della sospensione, cosa confermata anche recentemente da Pino Allievi, uno dei decani tra i giornalisti sportivi, in una intervista alla Rai.
Trasportato in ospedale con ustioni su tutto il corpo, in particolare sul volto, ritornerà a correre al GP di Monza con una guarigione record, tre gare dopo con ancora visibili i segni e le ferite.
Tutto poi finisce al Fuji dove Hunt si laurea campione con Lauda che si ritira sotto la pioggia battente perché non vuole correre rischi inutili. Vincerà ancora il titolo mondiale l’anno dopo e nel 1984 con mezzo punto di vantaggio su Prost.
Tra i piloti gira una battuta che, per la vita che fanno, contiene molta verità: in quegli anni il sesso era sicuro e le corse erano pericolose e si moriva. Oggi è il contrario.