La domanda è di per se molto semplice: si può ancora fare industria automobilistica in Italia?

È quello che si è chiesta l’Anfia (Associazione Nazionale fra le Industrie Automobilistiche) che raccoglie tutta la filiera di aziende che lavorano e producono nel settore compresa tutta la componentistica nazionale tanto apprezzata nel mondo. Quindi non rappresenta come potrebbe sembrare solo gli interessi della Fiat (unico costruttore italiano, che tra l’altro non fa parte dell’Associazione) ma un indotto di altissimo livello e qualità molto diffuso sul territorio con un immenso valore socio-economico e di preziose competenze specifiche.

Non è certo semplice dare una risposta e si deve partire dai dati relativi al numero di vetture costruite in Italia lo scorso anno che ci hanno fatto precipitare ai margini del mondo industriale automobilistico con meno di 400.000 unità prodotte nel nostro paese. Per fare un esempio basta vedere cosa sono stati capaci di realizzare paesi come Germania con oltre 5,3 milioni, Francia con 1,68, Gran Bretagna 1,4 e addirittura la Spagna con 1,5, sono largamente davanti a noi.

Giusto quindi preoccuparsi perché si tratta di una produzione che in tutto il mondo è ritenuta fondamentale per la crescita e lo sviluppo economico di un paese mentre da noi ultimamente se ne sente parlare solo per il largo ricorso alla cassa integrazione.

Ecco quindi che nel suo intervento all’Assemblea pubblica che si è tenuta a Roma, il presidente Anfia, Roberto Vavassori, ha ribadito la possibilità e la capacità di fare industria automotive in Italia a patto però che si realizzino condizioni e interventi pubblici e privati atti a rilanciare la competitività.

I punti salienti dell’analisi proposta partono dalla fotografia della situazione dell’industria mondiale dell’Automotive secondo la quale l’auto continua a crescere a livello globale con Cina, USA, Brasile e Russia in piena e continua espansione mentre è in continuo declino l’Europa occidentale. Il presidente Vavassori ha ricordato anche che 13 milioni di persone in Europa dipendono dall’auto, che il 75% delle merci si muove su strada e che 32 miliardi, cioè un quarto degli investimenti in R&S, sono legati all’Automotive titolare anche di 9.500 brevetti mentre l’export assomma a 90 miliardi.

Un video messaggio del Presidente del Consiglio dei Ministri Enrico Letta ha confermato l’impegno del Governo a sostenere il comparto, parole che dovranno trovare però provvedimenti e azioni normative adeguate, non il solito prelievo fiscale che si attua per cercare quattrini…

In concreto è stato richiesto l’abbattimento del peso e del caos burocratico/amministrativo, la riduzione del carico fiscale che oggi ammonta a 73 miliardi circa e del costo dell’energia tra i più cari d’Europa. Inoltre dovrebbero essere riconsiderati i vantaggi fiscali per le auto aziendali che sono invece tra i più bassi in Europa, la soppressione di quei balzelli perversi (come il superbollo) che hanno ulteriormente depresso il mercato e causato perdite al Fisco.

E’ infine indispensabile che le imprese, piccole o grandi che siano, che hanno investito in ricerca e innovazione ricevano un sostegno automatico ai loro sforzi per reggere alla competizione internazionale.

Molto interessante inoltre, nella giornata che è servita anche di confronto con esperienze di altri paesi, l’intervento di Manuel Valle Munoz direttore generale per l’Industria e la piccola e media impresa del ministero dell’Industria, dell’Energia e del Turismo spagnolo che ha illustrato come il piano di incentivi e aiuti al settore abbia funzionato e fatto ripartire il mercato auto nel suo paese.

Gli esempi a cui ispirarsi non mancano e per restare nel settore auto il successo che Maserati e Ferrari e Lamborghini stanno registrando con le vendite in crescita a livello globale sono ben chiari e lo stesso vale per la capacità di Brembo di imporre i suoi prodotti ad alto contenuto tecnologico. Le eccellenze del Made in Italy sono giustamente riconosciute e sono il riferimento di come bisogna operare e su quali presupposti.

Il lavoro da fare come si vede è molto e c’è sicuramente il potenziale per dare una risposta positiva alla domanda d’apertura se sia o meno possibile fare ancora industria Automotive in Italia. Altrimenti rassegniamoci a scivolare ancora più indietro nelle classifiche mondiali che contano.