Anna Andreussi è la fidata navigatrice (e compagna) di Paolo Andreucci con il quale ha collezionato quattro titoli italiani consecutivi con Peugeot. Una storia, quella con il Leone, iniziata cinque anni fa proprio nel Rally dell’Adriatico, che si correrà nel weekend. Alla vigilia dell’appuntamento sullo sterrato marchigiano, Girlitude (il magazine al femminile di Peugeot) ha pubblicato una lunga intervista di Anna. Eccone un estratto. Sette volte campioni italiani, la coppia, nel rally e nella vita, è la più vincente della storia del rally in Italia e i due atleti di riferimento di questo sport.

L’inizio per l’atleta friulana, però, non è stato dei più semplici e la storia con Paolo è particolare: “Mi ha chiamata come navigatrice senza avermi mai vista, perché rispecchiavo delle caratteristiche che gli interessavano, anche fisiche perché effettivamente lo sport richiede un peso leggero. Per lui era importante avere un navigatore che fosse leggero, bravo e competente. Si è informato chiedendo di me a conoscenti in comune, sapeva che sciavo e avevo certe caratteristiche…così mi ha chiamata una sera e mi ha chiesto se ero interessata. Incoscientemente ho detto di sì! Probabilmente in quel momento non avevo ancora le carte in regola per fare quello che mi stava chiedendo, avevo veramente poca esperienza. Però il treno passa una volta sola e se non sei pronta a salirci non è detto che ne passi un secondo. Così mi ha fatto fare il primo anno di tirocinio in cui ho imparato a conoscere il suo modo di lavorare. Non ho fatto tutte le gare, ho lavorato molto con i suoi collaboratori e mi sono preparata. Tutto questo senza essere coppia perché per me lui era ‘il pilota che mi aveva cercato’.

Il feeling tra loro, però, è cresciuto anno dopo anno: “All’inizio sono rimasta positivamente colpita dal suo modo di lavorare, dalla sua professionalità e da un approccio molto serio che ha avuto nei miei confronti. Mai avrei pensato che poi sarebbe potuto nascere qualcosa. Io ero fidanzata, lui era fidanzato, a fine gara mi salutava e ci si sentiva solo per lavoro. Non c’era veramente niente che potesse far pensare a qualcosa di più. Il secondo e il terzo anno siamo stati molto vicini perché abbiamo fatto tutto il campionato e i test insieme. Avevo veramente bisogno di crescere e di imparare, ho cercato di assorbire tutto quello che potevo. Dopo il terzo anno, all’inizio del quarto, non avevo più un fidanzato, ero molto impegnata, avevo nella testa solo il rally. Prima studiavo all’università e lavoravo da mio papà, ma ho mollato tutto. Purtroppo ho lasciato l’università, è uno dei crucci che tuttora ho. Così mi sono dedicata al cento per cento a questa attività. Un bel giorno io e Paolo abbiamo cominciato anche a parlare di situazioni familiari. Inevitabile quando stai veramente tanto tempo in macchina con il tuo pilota. Abbiamo iniziato a parlare di noi, delle nostre famiglie e di quello che facciamo nella vita. Nel giro di qualche mese ci siamo scoperti molto simili. Eravamo molto spaventati all’inizio, ci dicevamo “però, mi raccomando, non deve cambiare niente” perché stavamo lavorando davvero bene. C’è stato un attimo di paura, non volevamo rovinare il nostro principale obiettivo che era quello di lavorare insieme. All’inizio non l’abbiamo detto, abbiamo cercato di capire… Ci siamo resi conto che il fatto di stare insieme ci ha aiutato molto anche nel lavoro”. 

Anna ha saputo cogliere al volo la sfida di un ambiente impegnativo e fortemente maschile, riuscendo ad essere orgogliosamente trattata alla pari: “È stato abbastanza difficile nel momento in cui ho cominciato a correre con Paolo, perché prima lo praticavo in forma dilettantistica, era un approccio completamente diverso, più di divertimento, di condivisione. Quando ho cominciato a correre con lui è diventato un lavoro da subito. Quando Paolo mi ha chiamata a correre devo dire che ci sono state tante diffidenze e devo ringraziarlo soprattutto per i primi anni: lui era convinto di avere accanto la persona che gli serviva, quella giusta, a prescindere dal fatto che fosse maschio o femmina. Questo l’ha sempre detto, fin da quando abbiamo iniziato, e questo mi ha protetta. Altrimenti non so se ce l’avrei fatta. Dopo qualche anno sono riuscita a camminare con le mie gambe, a farmi rispettare grazie ai risultati e, spero, un po’ anche grazie al mio carattere. Adesso mi accorgo che quando sono in gara con la tuta i miei avversari mi trattano come se fossi uno di loro. Questa cosa mi ha fatto capire che ero stata accettata nel gruppo. È un motivo d’orgoglio per tanti aspetti e si sta bene, venire rispettata in un ambiente così duro per me è stata una vittoria”.

Le caratteristiche in comune con Paolo ci sono ma fino a un certo punto: “Siamo due persone fondamentalmente pacifiche e serene, quando siamo a casa siamo disordinatissimi tutti e due, mentre in macchina siamo estremamente precisi. Lui sicuramente ha quella ‘fame’ di vincere che io non ho, a volte mi chiama Santa Maria Goretti perché in competizione sono sempre quella che guarda all’avversario. Magari lo vedo fermo e mi dispiace, aiuto sempre qualcun’altro, Paolo invece dice che devo guardare solo la nostra gara. Ha veramente la competizione nel sangue, questo è un suo grande pregio”.  Anna parla anche del suo impegno con l’ANT  (Associazione Nazionale Tumori): “Li ho conosciuti grazie a Peugeot. Credo che il mio aiuto sia veramente una goccia nel mare però lo faccio col cuore perché è una associazione che aiuta i malati terminali a essere assistiti direttamente a casa, aiuta anche i familiari oltre ai malati stessi, con del personale altamente qualificato. È un’esperienza che ho vissuto personalmente e devo dire che un aiuto può cambiare la vita alle persone, soprattutto ai familiari, perché il recupero dopo la mancanza di un parente per malattie terminali è difficilissimo. Grazie a loro a volte questo può succedere con più facilità, poter riprendere la vita in mano, riuscire quasi guardare in maniera “positiva” la situazione. Quello che posso fare lo faccio, volentieri”. 

Qui l’intervista completa.

Foto Facebook Paolo Andreucci

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