Come sempre quando parla Marchionne si aprono mille polemiche. A far esplodere il caso l’ultima dichiarazione pronunciata in occasione della conference call con gli analisti per illustrare i risultati del secondo trimestre dell’anno. “Le condizioni industriali in Italia restano impossibili”, queste le parole che lasciano poco spazio alle interpretazioni.

Tutto è legato alla recente decisione della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori sulla rappresentanza sindacale in fabbrica. Una decisione che rimette in discussione tutti gli accordi tra il gruppo torinese ed i rappresentanti dei lavoratori, anche con quelle sigle che hanno firmato le proposte.

Lo aveva in qualche modo annunciato, Marchionne, che senza certezza di regole quello della fabbrica Sevel di Atessa, dove si producono veicoli commerciali, sarebbe stato con tutta probabilità l’ultimo investimento nel nostro paese (foto by InfoPhoto).

Un’affermazione che coinvolge direttamente il Governo accusato di essere inattivo sul tema e di non essersi interessato alle richieste di regolamentazione delle relazioni industriali per tutelare gli investimenti e di non aver dato alcun seguito alle richiesta di misure strutturali di sostegno al settore. “… Anche se ci impegnassimo sugli investimenti sarebbe uno sforzo a vuoto; stiamo cercando di capire le conseguenze della sentenza per le nostre attività in Italia” - ha ribadito Sergio Marchionne.

Di sicuro si può parlare di un vero e proprio “sgarbo istituzionale”, quello che la presidente della Camera Laura Boldrini ha fatto rinunciando all’incontro con Marchionne, ma non a quello con Maurizio Landini, leader della Fiom. Davvero due pesi e due misure per un manager che anche Obama ha ricevuto e ringraziato per il suo lavoro.

Una situazione davvero complicata e dalla quale non sembrano esserci grandi possibilità di trattativa, in particolare con l’ala più estremista del sindacato, la FIOM, con la quale è aperto uno scontro duro; ormai siamo al muro contro muro con le parti che si parlano solo tramite avvocati e giudici.

Non si riesce a capire come mai questo succeda solo da noi, con da un lato un’azienda in difficoltà sul mercato europeo, ma in crescita a livello globale, e dall’altra delle rivendicazioni sindacali sulle quali ci sarebbe molto da discutere. Alla fine ci rimettono solo i lavoratori, colpiti da casse integrazioni straordinarie (è appena stata rinnovata quella per la Fiat) e chiusure di impianti. Ma forse a qualcuno va bene così.

Un altro aspetto da valutare è che appena usciti dall’Italia il Gruppo ha trovato ponti d’oro per trasferire la produzione, vedi lo stabilimento in Serbia dove viene costruita la 500 L, grazie a incentivi, adempimenti semplici e rapidi e tassazioni favorevoli per chi vuole fare impresa. Da noi tutto appare sempre così complicato e bloccato da vincoli, spesso  ideologici, davvero anacronistici.

Ma non è stato l’unico spunto dell’incontro perché sono arrivate delle pessime prospettive per il futuro di Alfa Romeo “…abbiamo tutte le alternative per produrre le Alfa in ogni parte del mondo” con la prospettiva che i futuri modelli possano essere costruiti all’estero.

La casa di Arese è uno dei pochi marchi automobilistici italiani ad avere ancora una grande visibilità internazionale, ma sta vivendo una crisi davvero difficile.

Le vendite sono concentrate praticamente nella sola Europa e lo sbarco negli Stati Uniti è previsto per il prossimo anno solo con la sportiva 4C, in attesa dell’arrivo della Giulia.

Nel vecchio continente nei primi sei mesi dell’anno sono stati venduti solo 34.954 veicoli e la gamma attuale è in pratica composta da due modelli, Mito e Giulietta, che fanno gran parte delle consegne in Italia, mercato in crisi da anni. Sono cifre che nel semestre rappresentano poco più della metà di quanto ha fatto Audi nel solo mese di giugno (61.175), quindi i problemi sono reali e la debolezza dell’Alfa è molto evidente.

Certo che vedere un nome del Made in Italy famoso per le sue vittorie sportive e per la grande tradizione portato chissà dove fa male solo a sentirlo.