Può un giro in moto costare il licenziamento? Sì, se il guidatore è in malattia e decide di salire in sella perchè lo ritiene salutare o un beneficio al proprio organismo. A sentenziarlo è stata la Cassazione che nel 2009 ha condannato un medico, malato di artrosi all’anca, che si era concesso come terapia un giro in moto al mare su un mezzo di grossa cilindrata.

Il dottore era stato scoperto dalla clinica privata dove prestava servizio come dipendente part-time ed era stato licenziato perchè il suo comportamento “comprometteva la guarigione” e dunque causava un danno all’azienda. Dopo l’Appello i giudici avevano revocato il licenziamento, sostenendo che un giro in moto e i bagni al mare non risultavano attività in contrasto con gli obblighi di cure e riposo o che fosse qualcosa che potesse pregiudicare la guarigione (avallando la tesi del dipendente secondo il quale i bagni al mare erano finalizzati al recupero funzionale). Non l’ha pensata così la Cassazione, a cui si è rivolta la clinica privata, secondo cui l’utilizzo della motocicletta durante l’assenza dal lavoro per malattia, per recarsi al mare, non è da considerarsi atteggiamento consono allo stato di malattia.

Con la sentenza 9474, la Suprema Corte ha annullato con rinvio la decisione di secondo grado affermando che “il fatto di guidare una moto di grossa cilindrata, di recarsi in spiaggia e di prestare una seconda attività lavorativa sono di per sé indici di una scarsa attenzione del lavoratore alla propria salute ed ai relativi doveri di cura e di non ritardata guarigione, oltreché dimostrativi del fatto che lo stato di malattia non è assoluto e non impedisce comunque l’espletamento di una attività ludica o lavorativa”. Gli stessi giudici, convinti che la moto non avesse arrecato alcun beneficio al centauro, hanno quindi confermato il licenziamento.

Inoltre, dopo essersi fatto il bagno al mare, il centauro aveva raggiunto un’altra azienda in cui svolgeva la seconda attività in qualità di direttore sanitario. Se non può essere contestato il secondo lavoro ad un dipendente part-time, nel caso concreto, la Cassazione spiega che il fatto che il medico in malattia continuasse invece a lavorare per un’altra azienda dimostra che “lo stato di malattia non è assoluto” e pertanto “l’espletamento di un’altra attività costituisce violazione dei doveri contrattuali di correttezza e buona fede”. Qui la sentenza completa.