Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale contro il Razzismo, celebrata dalla Nazioni Unite in memoria del massacro di Sharpeville del 1960, il giorno più triste e sanguinoso di tutto l’apartheid in Sudafrica.

Per fortuna, e lasciatevelo dire, è una delle cose che negli anni mi ha sempre più avvicinato alle corse – moto o auto che siano – è l’assenza di episodi di razzismo. Anzi, una delle bellezze dei campionati mondiali è vedere così tanti piloti (e scuderie) rappresentare Paesi così diversi e lontani tra loro. Pensiamo al Sudafrica di Scheckter o all’Australia di Stoner, passando per l’India di Karthikeyan fino al Canada di Villeneuve per poi tornare Oltreoceano con il Venezuela di Lavado e Maldonado.

Un’eccezione è rappresentata dai test del 2008 quando al Montmelò Lewis Hamilton venne preso di mira da parte dei alcuni ‘tifosi’ di Fernando Alonso. Un episodio che fu minimizzato dal pilota asturiano (“buontemponi con il viso dipinto di nero che si limitavano a un po’ di ironica coreografia”) ma che fece partire la campagna ‘Racing Against Racism’ voluta dall’allora presidente FIA Max Mosley e criticata, invece, da Bernie Ecclestone.

In una risoluzione del 2010, il Consiglio dei diritti umani dell’Onu ha sollecitato gli Stati per prevenire, combattere e affrontare tutte le manifestazioni di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza nel contesto di manifestazioni sportive. La lotta contro il razzismo passa inevitabilmente dallo sport: i valori dell’autodisciplina, il rispetto per l’avversario, il fair play e il lavoro di squadra possono dare un grande contributo sia per prevenire e risolvere le tensioni sociali sia nell’integrazione dei gruppi emarginati.

In questi giorni – dal 16 al 24 marzo – l’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali celebra la IX edizione della “Settimana di azione contro il razzismo, una campagna di sensibilizzazione, informazione ed approfondimento con l’obiettivo di diffondere ed accrescere una coscienza multietnica e multiculturale nell’opinione pubblica e, in particolare, fra i giovani.

L’ignoranza sul tema del razzismo mette nel mirino soprattutto persone di colore, specialmente in Italia. A onor del vero, bisogna dire che sono pochi i piloti di colore che corrono ad alti livelli e quindi è normale che si registrino meno episodi di razzismo rispetto per esempio al calcio. Fatta eccezione per lo stesso Hamilton in F1, c’è un altro nome meno famoso che ha già fatto la storia, James “Baba”Stewart, pluricampione di Supercross. Una storia che presto cambierà.