Il 1982 nacque male sotto diversi punti di vista. Nella gara d’esordio in Sudafrica i piloti scioperarono per protestare contro il nuovo regolamento che condizionava il rilascio della superlicenza alla rinuncia a fare causa agli organizzatori dei gran premi, qualunque fosse la ragione. Saltò la prima sessione di libere, poi si arrivò ad un timido accordo. Nel frattempo Niki Lauda rientrava alle corse su una McLaren, dopo un ritiro durato due anni. La Ferrari nutriva grandi aspirazioni con la nuova vettura, denominata 126 C2. Effettivamente la macchina si rivelò molto efficace; tuttavia Renault, McLaren e Williams non stavano a guardare.

Gilles Villeneuve ruppe il turbo in Sudafrica dopo sette giri mentre si trovava in terza posizione. In Brasile invece uscì di pista al 30° giro quando era al comando, attaccato da Nelson Piquet. Negli Stati Uniti, a Long Beach, il canadese chiuse la gara al terzo posto ma venne squalificato perché l’ala posteriore della sua Ferrari era irregolare.

Si arrivò dunque ad Imola per il Gran Premio di San Marino. Anche qui la politica rovinò lo spettacolo. Le scuderie appartenenti alla Foca (Formula One Constructors Association, associazione costruttori di Formula Uno) di Bernie Ecclestone e Max Mosley, cioè gli “assemblatori inglesi” come li chiamava Enzo Ferrari, decisero di boicottare l’evento; protestavano contro le nuove regole imposte dalla Fisa (l’attuale Fia, la Federazione internazionale dell’automobile) sul peso minimo delle vetture. Parteciparono dunque solo sette scuderie, 14 auto in pista. Le Renault erano le uniche a poter creare problemi alla Ferrari; infatti nelle qualifiche presero i primi due posti in griglia, con René Arnoux in pole davanti ad Alain Prost. Villeneuve partì terzo e Didier Pironi quarto.

In gara, il 25 aprile, Prost si ritirò presto per un problema elettrico; Arnoux ruppe il motore al 45° giro. I due ferraristi si ritrovarono padroni della corsa: dietro di loro il vuoto e Pironi in testa. Quattro giri dopo Villeneuve superò il compagno di squadra e prese il comando. A quel punto dal box esposero ad entrambi il cartello “Slow”, rallentare. Obiettivo, risparmiare benzina ed evitare rotture; significava anche, secondo accordi interni, congelare le posizioni per evitare incidenti. Tuttavia Pironi poco dopo superò il compagno. Il canadese gli rimase incollato e tornò in testa al penultimo giro. Ma il francese lo risuperò all’ultimo giro e vinse il Gran Premio.

Villeneuve era furioso. Rientrato al paddock litigò con Pironi e il direttore sportivo Marco Piccinini, il quale non rilevò scorrettezze nel comportamento del francese. Sul podio (foto in alto) Gilles non provò nemmeno a nascondere la propria amarezza. Nei giorni successivi Gilles lo attaccò violentemente tramite la stampa. Pironi respinse le accuse. Enzo Ferrari tentò di spegnere il fuoco, rilasciando un comunicato in cui comprendeva lo sfogo di Villeneuve. Ma non prese una posizione netta, nemmeno dopo averlo incontrato direttamente qualche giorno dopo. Fu allora che cominciarono a circolare voci insistenti su un probabile passaggio di Villeneuve alla Williams per la stagione 1983.

Ma tutto ciò perse importanza sabato 8 maggio. Si disputavano le prove ufficiali per il Gran Premio del Belgio, sulla pista di Zolder. Le Renault erano velocissime e praticamente irraggiungibili. Le Ferrari non avevano tempi eccelsi: Pironi era sesto e Villeneuve ottavo. Mancavano otto minuti al termine delle qualifiche. Il canadese stava rientrando in fretta ai box. Alla Terlamenbocht, la curva del bosco, si trovò davanti la March di Jochen Mass, sensibilmente più lenta. Un fatale malinteso: Mass si spostò a destra, pensando che Villeneuve lo superasse a sinistra; ma nello stesso momento invece anche Gilles si spostò a destra per passare da quel lato.

L’urto fu inevitabile e terribile. La Ferrari decollò, rovesciandosi e rimanendo in aria per circa 25 metri. La velocità era tale per cui dopo l’impatto a terra la macchina, già distrutta, letteralmente rimbalzò tornando in aria. Inaspettatamente, la struttura della scocca cedette nella zona dietro lo schienale del pilota. Villeneuve fu così sbalzato dalla macchina insieme al suo sedile, al quale era ancorato dalle cinture. Finendo a terra, il collo urtò violentemente un palo di sostegno delle reti di protezione.

I soccorsi arrivarono subito ma la situazione era già disperata: rottura e distacco delle vertebre cervicali, gravissime lesioni al tronco encefalico e del midollo spinale alla base del cranio, come avrebbe evidenziato una successiva Tac. Praticamente l’interruzione di tutti i collegamenti tra il cervello e il resto del corpo. Nel tardo pomeriggio, al vicino ospedale di Lovanio, solo le macchine lo tenevano ancora in vita. Non c’era più niente da fare. Alle 21.12 la moglie Joann autorizzò la disconnessione delle macchine. Gilles Villeneuve era morto.

Gilles ha vinto poco, 6 gran premi. Ma la sua eredità non è nei numeri: si trova soprattutto nelle emozioni che ha dato a tutti gli appassionati durante quei pochi anni in cui ha potuto correre, nelle immagini e nei filmati che restano delle sue imprese. Ma si trova anche nella sua discendenza diretta. Il figlio Jacques infatti ha intrapreso la stessa carriera ed è andato molto oltre: ha vinto la 500 miglia di Indianapolis (1995), il campionato di Formula Indy (sempre nel 1995, quando si chiamava Campionato Cart) e il titolo mondiale di Formula 1 (1997).