Dopo più di 115 anni di vita (115 anni e 3 mesi per la precisione) sparisce il marchio Fiat così come lo conosciamo e non è cosa da poco considerando che Fiat (Fabbrica Italiana Automobili  Torino) è ormai ultrasecolarmente sinonimo di made in italy e di automobile italiana nello specifico. La Fiat era nata l’11 luglio del 1899 fondata da alcuni esponenti dell’aristocrazia torinese con l’intento di produrre auto sportive. A rendere grande il brand ci pensò nel corso della storia la casata degli Agnelli che assicurò alla Fiat una fama a livello internazionale. Il marchio passerà le consegne a un altro importante brand che fonde Fiat con Chrysler (fusione già di fatto in essere da qualche anno): Fca, Fiat Chrysler Automobiles.

Si apre dunque una nuova fase per l’azienda italiana sempre più internazionalizzata o, se si preferisce, globalizzata, con un nuovo corso produttivo pronto a spalancare maggiormente le frontiere dei mercati planetari. Oggi a Wall Street il marchio sarà già subito chiamato ad affrontare il suo percorso azionario figurando tra le quotazioni della Borsa a coronamento del sogno di Giovanni Agnelli che pronosticava nel mercato statunitense il futuro del marchio Fiat. Conclusione di un processo industriale che sin dagli anni ’80 ha valorizzato la rotta atlantica di Fiat avvicinando Italia e Stati Uniti, dapprima con l’accordo distributivo di Alfa Romeo mediante Chrysler, poi l’acquisizione di GM e infine la mossa davvero vincente con l’annessione del marchio Cnh, produttore dei veicoli commerciali Iveco.

Difficile prevedere se tale manovra potrà costituire una svolta decisiva con Sergio Marchionne, neo presidente Ferrari, che ha già annunciato che lascerà il gruppo nel 2018 e John Elkann che dichiara un minor coinvolgimento al progetto Fca da parte della famiglia Agnelli. Lo stesso Marchionne ha preventivato una fase evolutiva di difficile lettura in Europa, data la sovraccapacità produttiva di alcuni gruppi: “C`e’ la possibilità che nasca un costruttore più grande dell’attuale numero uno Toyota, l’industria ne ha bisogno perché è ancora troppo frammentata rispetto al capitale da investire

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