La giornata internazionale della donna regala tanti spunti nel mondo dei motori: non solo le storie come quelle di Monisha Kaltenborn, team principal della Sauber, o della bella pilota statunitense Danica Patrick. A rappresentare degnamente la categoria ci pensano anche e soprattutto le  ”Speed Sisters”. In Palestina sono considerate un’istituzione e un modello per le milioni di donne arabe che cercano di superare le troppe disparità tra uomini e donne. In testa non portano il velo ma il casco.

Da quasi 15 anni quando Betty Saadech, oggi 32enne, e altre sei ragazze decidono che la loro passione dei motori può diventare qualcosa di più. Con alcune Bmw e Golf donate loro dal Consolato inglese trasformano i loro sogni in una professione pur tra tutte le difficoltà e i pregiudizi: “Questo è un posto dove le donne se ne devono stare a casa – raccontava un anno fa Betty al Sydney Morning Herald – Sapete come sono certe società arabe: in alcuni Paesi, come in Arabia Saudita, non ci permettono nemmeno di guidare”.

Style e Marie Claire hanno dedicato un ampio reportage a queste coraggiose donne che hanno formato il primo team in tutta la storia palestinese a prendere parte a una gara di Formula 3 in Israele. E a vincerla. Davanti agli uomini. Gli stessi che da tempo non fanno altro che mettere loro i bastoni tra le ruote. Alla piú giovane, la 20enne Marah Zahalka, recentemente hanno spaccato i vetri dell’auto: uno dei tanti atti intimidatori subiti dalle Speed Sisters.

Abbattere conservatori, cliché e stereotipi è impresa ardua ma per Betty “in Palestina le donne sono forti. Sono negli affari, in politica. Anche il sindaco e il governatore di Ramallah sono femmine”. Divorziata e madre di due bimbi, lavora a Gerusalemme al consolato del Messico,dove è cresciuta.

Nour Daoud, ex specialista di triathlon, ex tennista e attaccante della nazionale della Palestina a Londra 2012, si mostra critica verso i suoi coetanei: “Noi vorremmo liberarci degli occupanti. Ma questi lanci di pietre, questi falò…Se solo le energie della nostra gioventù confluissero nello sport le cose forse cambierebbero. I programmi culturali che ci ritroviamo qui in Palestina, per esempio, vanno bene solo per i vecchi”.

La loro storia sta per essere raccontata in un film girato dalla giovane regista canadese Amber Fares. Storie di donne che si fanno valere e sbandierano il proprio orgoglio anche in Paesi dove i loro diritti sembrano dimenticati.