Il 15 maggio 1986 si spegneva a Marsiglia Elio De Angelis. Una fine tragica quella del pilota romano. Sette stagioni in F1 prima del fatale incidente sul circuito di Le Castellet, il 14 maggio, durante una sessione di prove private. L’alettone posteriore della sua Brabham si stacca e fa perdere stabilità al retrotreno della vettura, che si cappotta più volte prima di finire contro una barriera e prendere fuoco.

Alain Prost, Nigel Mansell e molti altri piloti si fermano a prestare soccorso e a cercare di estrarre invano De Angelis dall’abitacolo. Dopo parecchi minuti furono i commissari e alcuni meccanici a tirare fuori il pilota capitolino che deve attendere mezz’ora per l’arrivo dell’elicottero. Il motivo era la mancanza di mezzi di soccorso in circuito visto che si trattava di una sessione di test privati (dopo l’incidente la FIA impose anche per i test i medesimi standard di sicurezza delle gare).

L’impatto gli causa gravi danni alla testa e il distacco della colonna vertebrale, ma De Angelis muore il giorno dopo all’ospedale di Marsiglia a causa di un’asfissia cerebrale provocata dal fumo dell’incendio. La sua scomparsa venne accolta con grande commozione tra i piloti che minacciarono di non prendere parte al successivo Gran Premio del Belgio se non fosse stata migliorata la sicurezza. De Angelis (due vittorie e dieci podi in 108 GP tra Shadow, Lotus e Brabham) fu l’ultima vittima della F1 fino alla tragica morte otto anni dopo a Imola di Ratzenberger e Ayrton Senna: il brasiliano, nel libro “Senna vero”, riporta di sentirsi in colpa per essersi reso conto della carenza di misure di sicurezza in pista e non aver sensibilizzato i piloti sul problema.