Tutti lo considerano il rally più pericoloso del mondo. Africa o Sudamerica non importa, dietro ogni apparente tranquillità si nasconde una trappola mortale. Se si considerano solo gli incidenti che hanno coinvolto i piloti, il francese Thomas Bourgin è la terza vittima da quando la Dakar (foto by InfoPhoto) si corre fuori dal continente africano.

Il primo fu un suo connazionale. Terry Long nel 2009, la cui morte è stata circondata anche da polemiche per i ritardi nell’operazione di salvataggio del concorrente. L’anno scorso toccò all’argentino Jorge Martinez Boero. Con il povero Bourgin le vittime complessive del rally raid salgono a 60, di cui 23 piloti e copiloti: il resto sono spettatori, passanti fuori gara e ausiliari. La prima vittima fu nel 1979 il motociclista Patrick Dodin, caduto mentre cercava di allacciarsi il casco che si era allentato alla fine di una tappa.

Una sorte disumana a cui non si è sottratto nemmeno il creatore della Dakar, il francese Thierry Sabine, morto nel 1986 in Mali a causa dello schianto dell’elicottero che lo trasportava. Il tremendo  incidente costò la vita anche al cantante francese Daniel Balavoine, alla giornalista Nathalie Odent, al pilota svizzero Francois Xavier Bagnoud e al tecnico radio-tv  lussemburghese Paul Lefur. Tra gli italiani, nel 2005 se ne è andato Fabrizio Meoni. Lo stesso giorno, una bambina di cinque anni muore investita da un camion di servizio che aveva abbandonato la corsa. Una scia di sangue che non accenna minimamente a fermarsi.

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