Si fa un gran parlare in questo periodo di un continuo e consistente momento di demotorizzazione ovvero dell’abbandono dell’automobile come mezzo di spostamento e, peggio, di vero e proprio disamore per questo mezzo di trasporto individuale. Niente di più sbagliato perché a fronte del crollo del mercato nazionale con le immatricolazioni in caduta libera da alcuni anni ben pochi cittadini hanno effettivamente rinunciato ad usare la propria vettura. Anche perché costretti ad arrangiarsi in proprio stante le carenze del trasporto pubblico.
I dati parlano chiaro e ad ottobre 2013 il parco circolante si è ridotto di solo 135.000 unità, davvero pochi se confrontati con il totale che ammonta a 37 milioni e se si considera che in generale si tratta di veicoli danneggiati e/o ormai inutilizzabili.
Meglio e più preciso sarebbe parlare di differente utilizzo delle auto come mezzo di mobilità privata e lo si riscontra immediatamente dal calo dei consumi di carburante che anche in novembre sono scesi del 4,6%, che, parlando in litri (benzina e diesel insieme) sono 2,960 miliardi.
Tradotto in euro significa che nello stesso mese abbiamo speso per far rifornimento 4,901 miliardi di euro, ma in questo caso il calo è del 8,3% sempre rispetto allo stesso periodo del 2012. Spostando la rilevazione da gennaio a novembre la spesa totale è stata finora di 58,168 miliardi di euro di cui 32,580 sono andati all’Erario mentre 25,588 sono la parte industriale, ovvero il costo del prodotto uscito dalla raffineria e arrivato in distribuzione.
Lo rileva il Centro Studi Promotor che non ha potuto far altro che segnalare la continua anomalia tutta italiana dove stando a questi numeri, lo Stato perderebbe la bellezza di 1,04 miliardi di euro; una bella cifra che in qualche modo dovrà essere coperta per non far saltare i bilanci e gli impegni europei. Aspetto questo molto preoccupante perché significa solamente altri sacrifici e altre tasse.
La colpa è, non tanto paradossalmente, proprio dell’eccessiva tassazione che non solo non ha portato i risultati sperati, ma ha sta causando danni al Fisco secondo il noto “effetto Laffer” dal nome dell’economista che ha teorizzato il fenomeno secondo cui aumentando le tasse su un bene non si incrementano i ricavi per lo Stato, ma si riducono i consumi stessi e quindi gli incassi. Dovrebbero quindi i politici, se fossero saggi, smetterla di fare esattamente il contrario di quanto dovrebbero e, nel caso specifico, continuare ad aumentare la pressione fiscale sui carburanti.
Infatti l’Italia ha il bel primato dei prezzi della benzina e del gasolio più alti d’Europa. Se la parte industriale è praticamente in linea con gli altri paesi dell’UE, la componente fiscale porta il differenziale a 28,8 centesimi per la benzina e a 27,5 per il gasolio (elaborazione CSP su dati della Direzione Energia della Commissione Europea) ponendoci ai vertici di questa sfortunata classifica.
Al primo novembre le rilevazioni vedevano un costo/litro per la benzina di 1,734 in Italia contro 1,214 della Romania dove si ha il più basso; la media europea è di 1,446 mentre in Germania siamo a 1,559, in Francia 1,468 e in Spagna 1,383. Discorso praticamente identico per il gasolio.
Ora non ci vuole molto a capire che le troppe tasse hanno creato una turbativa trasformando i carburanti in un bene di lusso da usare con attenzione, ma se si continua su questa strada serviranno altri e ben più pesanti interventi per recuperare le mancate entrate. Magari con un altro aumento delle accise. E non si tratta di un rischio teorico perché l’incremento delle accise sono già state annunciate, quantomeno come “norma di salvaguardia” degli obbiettivi della legge di stabilità. Insomma il solito colpo di genio di nostri governi.