Diciannove anni fa, il 1 maggio 1994, se andava per sempre Ayrton Senna. Avevo 10 anni ma lo ricordo come se fosse ieri. Uno schianto terribile alla curva del Tamburello di Imola spezza la vita del pilota brasiliano. Il tre volte Campione del mondo si spegneva sole 24 ore dopo un altro sfortunatissimo pilota, l’austriaco Roland Ratzenberger, ennesima vittima della Formula 1 che sul tracciato emiliano affrontava uno dei suoi weekend più drammatici.

A soli 34 anni, dopo 162 GP e 41 vittorie, Senna si trasferì nel regno del mito: “Mi ferisce che si dica che credo di essere imbattibile a causa della mia fede in Dio – è una sua frase celebre – Ciò che voglio dire è che Dio mi dà la forza e inoltre che la vita è un dono che Dio ci ha dato e noi siamo obbligati a mantenerlo con cura”.

Meritevoli altre due sue citazioni: “Se una persona non ha più sogni, non ha più alcuna ragione di vivere. Sognare è necessario, anche se nel sogno va intravista la realtà. Per me è uno dei principi della vita”, ritenuta “troppo corta per avere dei nemici”. Quanto aveva ragione.