Chi crede al soprannaturale può comodamente tirare in ballo concetti astratti come presagi, destino, sfortuna o fatalità. Ma la spiegazione del disastro occorso nel Gran Premio di San Marino 1994 ad Imola, un fine settimana che si concluse con 2 morti e 15 feriti, si basa su fatti pesantemente concreti. Prima occorre ricordare una premessa ovvia quanto indispensabile: le corse automobilistiche sono per definizione pericolose. Tuttavia, detto questo, molte persone devono fare i conti con la propria coscienza per quanto accaduto durante quei tre giorni e anche successivamente. Hanno avuto a disposizione 20 anni; è auspicabile che lo abbiano fatto.

Oltre alle responsabilità specifiche, accertate dalla magistratura, legate all’incidente in cui trovò la morte Ayrton Senna, non vanno dimenticate le condizioni generali che circondavano la Formula 1 in quel periodo e che certamente ebbero influenza nel rendere più probabili le tragedie poi accadute.

Innanzitutto il cambio di regole deciso da Fia e costruttori per il 1994. Il pretesto ufficiale di ridurre le enormi velocità raggiunte dalle vetture si scontra logicamente con le soluzioni scelte: l’eliminazione dei controlli elettronici, in particolare le sospensioni attive, e l’adozione di gomme più strette crearono semplicemente auto molto più instabili e difficili da guidare e tenere in pista. Semplicemente, si voleva limitare lo strapotere della Williams; le trattative portarono a compromessi molto discutibili. Inoltre la reintroduzione dei rifornimenti in gara aumentò i pericoli ai box.

Poi la fragilità delle vetture; in particolare nei componenti meccanici, in alcuni casi anche da un punto di vista strutturale: accadde in Spagna ad Andrea Montermini, che prese il posto di Roland Ratzenberger sulla Simtek; nell’impatto contro il muretto la cellula di sopravvivenza cedette in parte e il pilota si fratturò una caviglia. Da non dimenticare nemmeno l’inadeguatezza dei circuiti. Imola non era l’unica pista ad avere tali problemi, ma non ne era nemmeno esente: vie di fuga troppo vicine, muretti, erba, cordoli troppo alti. Insomma, tutto questo contribuiva a rendere la Formula 1 ancora più pericolosa del normale.

E veniamo al bollettino di guerra di quel tragico week end. Prove libere, venerdì 29 aprile: Rubens Barrichello si schianta alla variante bassa a causa del cedimento della sospensione posteriore sinistra della sua Jordan; la vettura in testacoda passa sul cordolo esterno e decolla letteralmente per l’effetto trampolino, superando le gomme di protezione; la carambola fa anche ribaltare la macchina. Il pilota se la cava con una frattura al setto nasale, una costola incrinata e varie contusioni, oltre ad una momentanea amnesia. Non sarà in grado di partecipare alla gara.

Sabato 30 aprile, qualifiche: nel rettilineo tra il Tamburello e la variante Villeneuve la Simtek di Roland Ratzenberger perde un supporto dell’ala anteriore e la macchina diventa ingovernabile, schiantandosi poco prima della curva. Il pilota austriaco morirà nel pomeriggio in ospedale.

Domenica 1° maggio, warm-up. Un momento di relativa tranquillità per un Senna molto teso dopo quelle funeste qualifiche. Salito in macchina, trova il tempo per dedicare via radio un giro al vecchio nemico Alain Prost, come si può vedere nel filmato qui sotto. E poi si arriva alla gara. Senna parte in pole davanti a Michael Schumacher (foto by InfoPhoto). Ma in terza fila la Benetton di J.J. Lehto resta ferma e viene centrata dalla Lotus di Pedro Lamy, già a forte velocità. Alcuni frammenti delle due vetture e una ruota finiscono in tribuna tra il pubblico, provocando il ferimento di 8 spettatori e di un agente di polizia; uno degli spettatori, colpito dalla ruota, resterà in coma per un mese. I piloti non riportano invece danni. Entra la safety car e resta in pista per cinque giri.

Ripartenza, Senna va via velocissimo. Al 7° giro la tragedia del campione brasiliano: alla curva del Tamburello, che fino al 1994 si prendeva in pieno, la Williams va via dritta e si schianta contro il muretto. I dati della telemetria avrebbero successivamente indicato un ingresso in curva a 310 Km/h e una velocità di 211 Km/h poco prima dell’impatto. Nonostante la disperata frenata del pilota, non c’è niente da fare; lo schianto è talmente violento che la macchina rimbalza verso la pista, fermandosi sul bordo. Sono le 14.17. Bandiera rossa, gara interrotta. I soccorritori si rendono subito conto che la situazione è disperata. Senna ha perso moltissimo sangue e tentano l’impossibile. Un elicottero atterra direttamente sul punto dell’incidente e il brasiliano viene trasportato all’ospedale Maggiore di Bologna. Sono le 15. Nel video qui sotto le tremende immagini dello schianto.

Ma non è finita qui. Alle 15.37 la corsa riprende. A dieci giri dal termine, nella corsia box la Minardi di Michele Alboreto perde una ruota dopo la sosta, mentre la vettura è già velocissima; nel 1994 non sono previsti limiti di velocità nella pit lane. La ruota travolge cinque meccanici: tre della Ferrari, uno della Lotus e uno della Benetton; per loro c’è il ricovero in ospedale. La corsa non viene sospesa, nonostante la corsia box in pieno caos. Vincerà Schumacher, ma l’attenzione è altrove. Intorno alle 16.30 il bollettino medico dall’ospedale bolognese informa che Ayrton Senna è in coma profondo irreversibile. Alle 18.40 l’annuncio dell’arresto cardiaco che ne ufficializza la morte.

Poi la lunga ricostruzione sulle cause dell’incidente e della morte. Non fu l’impatto contro il muro ad uccidere direttamente Senna. L’autopsia accertò che il pilota fu colpito violentemente alla testa da un oggetto appuntito che attraversò il casco come un proiettile, perforando la testa sopra l’occhio destro, schiacciando il cranio e provocando diverse fratture interne con effetto letale. Il corpo non presentava altre ferite particolarmente gravi ad organi vitali. Infatti l’angolo d’impatto di 22 gradi aveva permesso di trasferire molta dell’energia cinetica verso il muro e la sabbia. Le perizie disposte dalla Procura, basate anche sui diversi filmati e immagini disponibili, hanno stabilito che l’oggetto appuntito in questione era un braccio della sospensione anteriore destra, spezzatosi nell’impatto e volato velocissimo contro il pilota come se fosse una lancia.

Ma cosa ha provocato l’incidente? Il 27 maggio 2005 la Corte d’appello di Bologna ha accertato che la causa dell’incidente è riconducibile alla rottura del piantone dello sterzo a causa di modifiche male progettate e male eseguite. Per questo motivo Senna non ha potuto sterzare, andando così dritto verso il muro. Questa ricostruzione fu confermata dalla Cassazione nella sentenza del 13 aprile 2007. Perché quella modifica? Dopo le qualifiche Senna aveva chiesto di migliorare la visibilità della strumentazione. Fu deciso allora di allungare il piantone. Ma il tubo usato come prolunga era di diametro e spessore inferiore a quello standard e la saldatura manuale non venne eseguita perfettamente. Le sollecitazioni durante la gara ne provocarono il cedimento.

La Corte d’appello nel 2005 stabilì che la responsabilità di queste cattive modifiche andava attribuita a Patrick Head, direttore tecnico della Williams. Head era imputato di omicidio colposo, insieme al progettista Adrian Newey e al titolare della scuderia Frank Williams. Newey e Williams furono assolti. Tuttavia non fu pronunciata sentenza di condanna nei confronti di Head, perché erano scaduti i termini di prescrizione.

Head ricorse in Cassazione, perché voleva l’assoluzione con formula piena. Ma la corte suprema respinse il ricorso, confermando in pieno le decisioni stabilite in appello. Nella sentenza del 2007 si legge che: “Tali erronee modifiche andavano ricondotte ad un comportamento colposo, commissivo ed omissivo di Head”; inoltre, aggiunge la Corte, “l’evento era prevedibile ed evitabile”. Prevedibile ed evitabile. Parole da non dimenticare.