L’adrenalina spazza via la paura. La morte spazza via tutto: l’adrenalina, i sogni, la voglia di ricompensare i sacrifici fatti dalla famiglia, la voglia di battere gli avversari. La fatalità a volte decide che siano gli amici e colleghi in pista a innescare questo vortice. A Marco Simoncelli è successo, ad Andrea Antonelli anche. Un dramma che accompagnerà queste persone per tutta la vita ma da cui bisogna uscirne. Lorenzo Zanetti lo sa bene: “Correrò per lui, per Andrea - confessa in una commovente intervista al Corriere della Sera -. Eravamo amici. Amici e rivali, ma soprattutto amici. Abbiamo iniziato da ragazzini, poi ci sono stati percorsi diversi, alla fine siamo tornati a correre insieme in Supersport. Gli volevo bene perché era come me, non se la tirava, non faceva il fenomeno. Lo so cosa mi vuole chiedere: se intendo smettere. No, sarebbe come farlo morire due volte. Io a Silverstone il 4 di agosto ci sarò”.

Il pilota bresciano è malconcio e da ieri è in una clinica di Brescia per capire cosa si è rotto. Un dito andato sicuramente in frantumi e stamattina un’operazione dopo il terribile incidente: “Ma è più lo shock, la tristezza, la rabbia, la voglia di tornare a correre. Per Andrea”. Sul fatto che non si dovesse correre Lorenzo dice: “Ormai è tardi, dovevano decidere prima di partire. Dopo, è troppo facile. Quando si parte, si parte. Quando sono caduto, la telemetria della ruota posteriore segnava 255 chilometri orari, ho pensato che fosse finita, vedevo le moto sfrecciare alla mia destra, alla mia sinistra, una nuvola d’acqua. Quando ho saputo, ho ripensato a mille cose, a noi, all’ultima chiacchierata nel paddock, ai nostri papà, al mio e al suo, che sono amici”. 

Il papà di Lorenzo, Massimiliano, racconta mentre assiste il figlio in clinica: “Io e Arnaldo siamo spesso vicini di piazzola, ci prestiamo la presa della corrente, ci aiutiamo a fare rifornimento, andiamo insieme a scaricare le acque nere. Si vive fianco a fianco tre giorni, spesso si pranza insieme con le famiglie, poi su in terrazza con il cronometro in mano, saltando e correndo come se in pista ci fossimo noi”.  Domani accenderà un cero a san Bernardo: “Il Signore ha guardato giù, ma solo per Lorenzo”. Il figlio lo ferma: “No, papà, non dire così. Lui come me viveva un sogno, il sogno della sua vita. Conosceva la regola”. 

Una regola spietata che Arnaldo, papà di Andrea, sperava di non conoscere mai. Lui era a Mosca come Paolo Simoncelli il maledetto 23 ottobre 2011 in Malesia. Ieri a Castiglione del Lago è scoppiato in lacrime davanti alle telecamere della Rai: “Non potevi dirgli di non fare quello che faceva. Quando l’hanno portato al centro medico, è stata una cosa interminabile. Lui era così convinto, così preso di poter arrivare in Superbike. In un mondo fatto di soldi meritava qualcosa di più e anche lui lo sapeva. Il mio rammarico è solo che non ce l’ho potuto portare”. 

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